Endometriosi: dalla diagnosi alla gestione attraverso opportuni trattamenti

Ancora troppo spesso quando si parla di endometriosi ci troviamo di fronte a importanti ritardi diagnostici.

Essendo essa frequentemente caratterizzata da dolore pelvico persistente, la qualità di vita delle pazienti affette da endometriosi risulta negativamente e profondamente influenzata dalla presenza di tale condizione. 

Da qui l’importanza di divulgare le attuali conoscenze per cercare di accorciare il ritardo diagnostico e far giungere la persona ad una terapia adeguata in tempi più brevi. 

Faremo chiarezza grazie a questo articolo scritto dalla Dottoressa Paola Pacucci, fisioterapista esperta in riabilitazione del pavimento pelvico.

Indice:

Endometriosi: di cosa si tratta.

Prima di tutto, comprendiamo di cosa si tratta: l’endometriosi è una condizione realizzata da un processo infiammatorio estrogeno-dipendente che colpisce dal 6% al 10% delle donne in età riproduttiva (circa 190 milioni nel mondo). 

È caratterizzata dalla presenza di tessuto simil-endometriale (l’endometrio corrisponde al tessuto che riveste la parete interna dell’utero), al di fuori della cavità uterina che in realtà è l’unica sede in cui dovrebbe trovarsi, situandosi spesso in altri organi pelvici come le ovaie, le tube di Fallopio, i legamenti uterini, i nervi pelvici, la vescica, l’ntestino ed il peritoneo ed, occasionalmente, anche in regioni extraperitoneali come la cavità addominale o toracica. 

Tale localizzazione provoca un’infiammazione sistemica attraverso l’attivazione delle risposte immunitarie, il rilascio di citochine e lo stress ossidativo. 

La patogenesi dell’endometriosi è ancora poco conosciuta.

Quali sono i principali sintomi legati all’endometriosi?

Le manifestazioni cliniche sono molteplici e vanno da casi asintomatici a casi che comprendono diversi sintomi la cui cronicità può influenzare la produttività lavorativa, la vita sociale, le relazioni personali e la salute mentale delle donne affette, oltre che a comportare costi sociali sostanziosi.

La gravità dei sintomi non è però correlata all’estensione della patologia, in quanto i pazienti con una grave malattia possono anche essere asintomatici. Inoltre, come per anche altre malattie infiammatorie o lesioni precancerose, può essere possibile la regressione e/o l’inversione dei pattern della malattia.

I principali possibili sintomi comprendono:

  • dolore pelvico cronico ossia dolore costante o ricorrente nella regione addomino-pelvica;
  • dismenorrea grave, cioè dolore intenso durante le mestruazioni;
  • dispareunia, ossia dolore durante i rapporti sessuali;
  • stipsi e disturbi gastro-intestinali;
  • dischezia o disuria, cioè dolore durante l’evacuazione o la minzione;
  • dolore lombo-sacrale e coccigeo;
  • maggiore faticabilità;
  • gonfiore addominale, anche definito “endobelly”;
  • spotting, ossia perdite ematiche intermestruali;
  • infertilità: l’endometriosi è stata riscontrata nel 40% delle donne con infertilità;
  • disagio psicologico che comprende ansia, depressione e isolamento sociale. La difficoltà a  concepire, i disconoscimenti medici e un’insufficiente educazione alla malattia nella società porta inoltre le donne a provare sentimenti di inadeguatezza. In particolare si riscontra aumentato assenteismo e ridotta produttività a lavoro a causa dei sintomi fisici di cui la donna soffre.

Perché la diagnosi richiede anni e quali strumenti possono anticiparla

Se le pazienti confondono i loro sintomi con altre condizioni e credono che il dolore mestruale sia normale, il tempo medio per diagnosticare l’endometriosi, purtroppo, va dai sette ai dieci anni. 

Le donne infatti spesso considerano il dolore pelvico, insieme alla dismenorrea e all’affaticamento, come sintomi tipici del ciclo mestruale e questo le spinge a ritardare le cure mediche. 

L’endometriosi in fase iniziale presenta sintomi generalmente lievi o intermittenti, il che rende difficile la diagnosi fino a quando il dolore non diventa grave o si sviluppa l’infertilità o la malattia diventa più ingravescente (aumenta la gravità). 

Le donne che sperimentano sintomi persistenti e debilitanti si scontrano ancora con il rifiuto di cure mediche perché gli operatori sanitari spesso diagnosticano il dolore come sindrome dell’intestino irritabile (IBS) o stress psicologico. 

L’impossibilità di evidenziare l’endometriosi con i test di imaging standard rende la diagnosi più difficile, perché la laparoscopia rappresenta il metodo diagnostico definitivo, ma i medici spesso ne ritardano l’uso. Alcune culture praticano lo stigma della salute riproduttiva che impedisce alle donne di rivolgersi al medico perché evitano di parlare dei dolori mestruali.

La visualizzazione delle lesioni endometriosiche tramite la laparoscopia, con ispezione della cavità addominale e conferma istologica delle lesioni sospette, viene considerata il gold standard per la diagnosi dell’endometriosi, in quanto permette di identificare anche lesioni più piccole. 

Questo metodo è però costoso e possiede anche dei rischi legati alla procedura, come infezioni e aderenze, tanto che le recenti linee guida sostengono che sia possibile effettuare una diagnosi clinica, basata sulla raccolta anamnestica, dei sintomi e sull’imaging tramite ecografia o RM (risonanza magnetica).

In particolare l’ecografia transvaginale avanzata, eseguita però solo da specialisti dell’imaging dell’endometriosi, ha dimostrato di essere affidabile per la diagnosi di endometriosi profonda. Inoltre i biomarcatori del sangue, del tessuto endometriale e delle urine possono essere utilizzati per la diagnosi di endometriosi, ma non sono però in grado di rilevare la posizione delle lesioni endometriosiche.

I trattamenti opportuni per la gestione dell’endometriosi

I principali metodi di trattamento si concentrano sulla gestione dei sintomi, perchè attualmente ancora non esiste una cura definitiva per l’endometriosi.

La scelta del trattamento dipende dalla gravità di quest’ultimi, dall’estensione e della sede della malattia, dal desiderio di gravidanza e dall’età della paziente.

Sono disponibili terapie mediche sia ormonali che non ormonali, che vengono provate inizialmente con l’obiettivo di controllare il dolore e arrestare la crescita delle lesioni endometriosiche. 

I farmaci più comunemente utilizzati sono:

  • le pillole contraccettive orali (progestiniche o estro-progestiniche), 
  • gli antinfiammatori non steroidei (FANS), 
  • gli agonisti dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), 
  • gli inibitori dell’aromatasi. 

Con l’intensificarsi delle ricerche inoltre si stanno sviluppando nuove proposte come i modulatori selettivi del recettore del progesterone, i fattori antiangiogenici e gli immunomodulatori. 

Nelle donne che non rispondono alla terapia medica o che presentano sintomi gravi, l’asportazione chirurgica delle lesioni endometriali e delle aderenze è spesso utile e offre una conferma della diagnosi mediante istopatologia. 

L’asportazione dei focolai ectopici infatti porta al miglioramento del dolore pelvico e del tasso di fertilità ma la percentuale di recidiva dei sintomi è ancora piuttosto alta.

Le pazienti affette da endometriosi possono inoltre trarre beneficio da altri trattamenti conservativi che comprendono:

  • esercizio fisico;
  • trattamento fisioterapico;
  • riduzione dello stress;
  • corretta alimentazione;
  • miglioramento della qualità del sonno.

Vediamo nel dettaglio i trattamenti conservativi

Esercizio fisico

In particolare si è visto che l’esercizio fisico definito come “attività fisica pianificata, strutturata e ripetitiva” ha un duplice scopo: ridurre i processi infiammatori e promuovere la circolazione rilasciando al contempo endorfine per alleviare il dolore. 

Attività come lo yoga, il pilates, il nuoto sono solo alcuni esempi di esercizio che possono apportare numerosi benefici. 

Le ricerche dimostrano che le donne che praticano un esercizio fisico moderato sperimentano livelli di intensità del dolore più bassi e migliori risultati in termini di salute mentale.

L’OMS suggerisce inoltre che praticare almeno 150 minuti di attività fisica aerobica e di forza di intensità moderata migliora notevolmente la qualità di vita contrastando ansia e depressione, oltre che avere un effetto di prevenzione contro i principali fattori di rischio di patologie cardiovascolari, metaboliche ed oncologiche.

Trattamento fisioterapico

È stato dimostrato che l’utilizzo di tecniche manuali specifiche per il trattamento del pavimento pelvico e dell’addome potrebbe essere un’alternativa non farmacologica e non chirurgica nel trattamento della dispareunia e della dismenorrea in pazienti con endometriosi. 

Il trattamento si basa sul rendere i tessuti più elastici al fine di ripristinare l’equilibrio delle componenti muscolo-scheletriche. Inoltre, questo trattamento potrebbe migliorare il flusso sanguigno nella zona pelvica. 

Alcuni studi hanno dimostrato anche l’efficacia nel proporre gli esercizi per il pavimento pelvico assistiti con il biofeedback, per promuovere il rilassamento muscolare e migliorare il controllo motorio oltre che per migliorare il flusso sanguigno incentivando così l’ossigenazione dei tessuti e riducendo l’infiammazione.

Il fisioterapista può avvalersi anche della TENS, la quale sembrerebbe produrre un miglioramento significativo del dolore. 

Neuromodulazione e radiofrequenza possono essere associate alle altre tecniche già citate come ulteriore aiuto nel migliorare vascolarizzazione dei tessuti, scambi cellulari e sensibilizzazione periferica. 

In ogni caso, il trattamento multimodale è quello che permette un approccio completo per migliorare i sintomi della paziente ed è infatti indicato come trattamento di prima linea dalle linee guida delle principali società.

Anche in caso di chirurgia, il trattamento fisioterapico rimane fondamentale: dopo l’intervento infatti la rieducazione respiratoria, il trattamento delle cicatrici, il drenaggio manuale dell’addome risultano passaggi consigliati per ottenere un precoce recupero e un ottimale risultato a lungo termine. 

Inoltre l’intervento chirurgico non agisce né sulla componente muscolare pelvica, la quale dovrà essere comunque rieducata in caso di sintomi, né sull’educazione al movimento. 

Un percorso fisioterapico, svolto da personale esperto, risulta quindi sempre indicato per accompagnare le donne che soffrono di endometriosi al fine di dare loro tutti gli strumenti più utili a gestire questa particolare condizione.

Riduzione dello stress: la gestione delle emozioni legate al dolore.

Non bisogna inoltre trascurare il meccanismo per cui le emozioni e i pensieri influenzano il modo in cui si affronta psicologicamente il problema e che, biologicamente, possono influenzare la percezione del dolore. 

Per questi motivi, l’educazione al dolore è stata aggiunta alle consuete forme di trattamento, contribuendo a ridurre l’intensità e la catastrofizzazione. Il trattamento psicologico basato sulla consapevolezza del dolore cronico sembra rilevante nel trattamento delle donne con endometriosi.

La riduzione dello stress basata sulla mindfulness (MBSR) insieme alla CBT (terapia cognitivo-comportamentale) si dimostra efficace nel migliorare la gestione del dolore e le emozioni legate a questa condizione. 

Inoltre i gruppi di sostegno aiutano i membri a sentirsi meno isolati e offrono loro un supporto sociale.

Alimentazione consigliata

Le pazienti affette da endometriosi dovrebbero seguire una dieta mediterranea contenente acidi grassi omega-3, fibre e antiossidanti, perché questo modello alimentare aiuta a controllare l’infiammazione e a mantenere l’equilibrio ormonale. 

Le verdure a foglia, le crucifere, il pesce grasso, i cereali integrali, i frutti di bosco e il tè verde rappresentano alimenti benefici. Alimenti come curcuma e zenzero possiedono proprietà antinfiammatorie, l’integrazione di Vitamine D e del gruppo B aiuta la regolazione del sistema immunitario e nervoso, il magnesio migliora lo stato di tensione muscolare, zinco e selenio lavorano per ridurre lo stress ossidativo.

Considerando che ogni paziente presenta caratteristiche e bisogni differenti, è opportuno rivolgersi a una nutrizionista, che potrà offrire indicazioni personalizzate e adeguate alla propria situazione specifica.

La sfida clinica

Nonostante l’assenza di una cura definitiva, i significativi progressi nel trattamento clinico hanno migliorato sostanzialmente la qualità di vita dei pazienti.

Tuttavia, la mancanza protocolli standardizzati e l’eterogeneità degli studi sottolinea la necessità di ulteriori ricerche incentrate su trattamenti meno invasivi e più efficaci. Un approccio integrato che combini terapie farmacologiche, supporto psicologico e interventi complementari può essere la strada più promettente.

Un trattamento efficace incontra il maggiore ostacolo nell’assenza di approcci sanitari integrati tra le diverse specialità mediche. La maggior parte dei sistemi sanitari non riesce a fornire un coordinamento integrato delle cure per la gestione dell’endometriosi tra ginecologi e specialisti del dolore e del movimento, tra i quali fisioterapisti, professionisti della salute mentale e nutrizionisti. 

Le persone che devono affrontare differenze sociali, discriminazioni culturali e limitazioni finanziarie non possono accedere facilmente ai servizi sanitari specialistici.

L’endometriosi rimane una sfida clinica significativa a causa della complessità della sua presentazione e della diversità delle risposte ai trattamenti. Sebbene siano stati compiuti progressi significativi, la diagnosi tardiva rimane un ostacolo importante. 

Investire in campagne di sensibilizzazione è essenziale per ridurre i ritardi diagnostici e promuovere l’accesso a trattamenti appropriati. Dando priorità a cure personalizzate e integrate, si prevede di migliorare significativamente la qualità di vita delle donne affette da endometriosi.


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